Linguaggio di genere, bonus mamma e doppia preferenza. Eppure i diritti perdono terreno

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di Luisa Sassu

Ci sono segnali di grave arretramento nella tenuta dei diritti delle donne, e questi segnali sono negativi sia per il dato in sé, sia perché esprimono un cedimento culturale e politico che dimostra la fondatezza di un triste assioma: i diritti non vivono nell’inerzia e nella pacifica proclamazione della loro esistenza. Al contrario, hanno bisogno di essere agiti, praticati, ribaditi, pretesi. E per fare tutto ciò, occorre vigilare, osservare lo stato di salute dei diritti, senza i filtri di una narrazione che si compiace dell’effetto “notizia” a scapito di una analisi rigorosa e seria sullo smottamento culturale in atto.

Non me ne vogliano le tante organizzatrici e i tanti organizzatori di eventi mediatici con accluso fiocco (rosa, bianco, rosso, nero), ma ad ogni “giornata mondiale” dovrebbe far seguito la quotidiana e incessante fatica dell’analisi e della proposta politica attiva. Voglio dire che la traduzione dei problemi in “giornate mondiali” o in eventi di rilievo mediatico è importante per accendere un faro, ma diventa controproducente quando assume una connotazione conformista e determina un appagamento della visibilità in luogo di una lotta decisa ed efficace per avverare i diritti.

È doveroso, a questo punto, portare degli esempi concreti.

Inizierò con un dato estremamente inquietante: la legge 194/1978, che disciplina l’interruzione volontaria della gravidanza (e non solo) è divenuta praticamente inapplicabile a causa dell’elevatissimo numero di obiettori di coscienza nei servizi sanitari. Si tratta di un sostanziale vulnus alla effettività di una legge dello stato; un vulnus che esprime i suoi effetti sul principio (che credevamo definitivamente acquisito) della autodeterminazione della donna. Nel contempo, viene messo in discussione il principio della universalità del diritto alla salute, che dovrebbe trovare la sua massima espansione, anzitutto, nel servizio sanitario nazionale.

Il nostro Paese, per questo evidente paradosso, ha subito il monito del Comitato Diritti Umani delle Nazioni Unite. Tuttavia, forse a causa della necessità di salvaguardare la tenuta della coalizione di governo, forse per la subalternità di molti esponenti politici ai desiderata delle gerarchie ecclesiastiche, il problema mantiene dimensioni vergognose e le donne italiane continuano a patire l’umiliazione della “pendolarità” alla ricerca di un presidio ospedaliero che consenta loro di esercitare dei diritti.

Ebbene, su questa delicatissima violazione di due diritti fondamentali (l’autodeterminazione e la salute) e della legge che li sancisce e li disciplina, si registra un’informazione sottodimensionata ed una sproporzione tra la gravità del problema e l’impegno attivo della classe politica.

Un altro esempio di grave cedimento culturale e politico si può ravvisare nella monetizzazione (peraltro con bonus, quindi una tantum) di un bisogno sociale tanto diffuso quanto ignorato, come il sostegno alla genitorialità. Su questa materia dovrebbero adottarsi adeguate politiche di sistema (che vanno dagli asili nido alla implementazione di strumenti legislativi e contrattuali orientati alla conciliazione tra i tempi di vita e i tempi di lavoro, dalle politiche per l’infanzia a quelle per l’adolescenza, dal contrasto della dispersione scolastica al pieno svolgimento del diritto allo studio).

A fronte della necessità di strutturare le politiche di sostegno alla genitorialità (che peraltro, nel nostro paese scontano una generale e mai risolta arretratezza) si assiste al patetico spettacolo dei “bonus mamma” (sì, si chiamano proprio così!) corrisposti, tra l’altro, senza alcun criterio reddituale per l’accesso al beneficio: una versione irragionevole di universalità che stride sia col deserto delle politiche sociali, sia col fatto che queste politiche mancano anche perché le risorse destinate al sociale si sono ridotte al lumicino. Col bonus mamma si torna ad una descrizione arcaica del lavoro di cura che nega, anche nel linguaggio, la cultura della condivisione delle responsabilità genitoriali, ribaltando un modello presente nello spirito e nell’articolato della legge 53/2000 e posto alla base di tante elaborazioni sulla realizzazione di un efficace sistema di welfare locale e aziendale.

Ecco, le battaglie sul linguaggio di genere sono giustamente condotte per modificare la desinenza dei mestieri e delle professioni, declinandole al femminile, ma ancora non ho visto un deciso sdegno per l’uso scivolosissimo del “bonus mamma”, lampante esempio di uno strumento e di un linguaggio che si adagia sull’archiviazione di tante lotte femministe e sociali che volevano incidere sulla divisione dei ruoli all’interno della famiglia.

Ho fatto due esempi che scaturiscono da notizie recenti, ma ora voglio soffermarmi sul tema della rappresentanza politica, gravemente lesa dalla scarsissima presenza numerica delle donne nelle istituzioni. La politica ha mostrato, su questo tema, l’incapacità di correggersi spontaneamente. Le ragioni di questo fallimento sono molteplici, non ultima la generalizzata crisi di rappresentanza che coinvolge tutti i partiti politici e gli altri corpi intermedi. Ciascuna di queste ragioni andrebbe analizzata e affrontata con interventi appropriati.

Nel frattempo, appare ragionevole l’adozione di meccanismi elettorali che rimuovano gli ostacoli ad un pieno accesso delle donne alle istituzioni rappresentative. La doppia preferenza di genere è uno degli strumenti già sperimentati, con un certo successo, in alcune competizioni elettorali e in alcune realtà territoriali. Su questo tema si sta attestando una importante lotta delle donne sarde, che rivendicano l’inserimento della doppia preferenza di genere nella legge elettorale regionale.

La legge elettorale vigente in Sardegna presenta numerosi profili di violazione del principio di rappresentanza e di uguaglianza del voto, e fra questi profili, si sottolinea anche la mancata adozione di meccanismi idonei a garantire la rappresentanza di genere. Tra l’altro, la mancanza di siffatti meccanismi è il risultato di un’imboscata messa in atto col ricorso al voto segreto: una miserabile rappresentazione del bisogno di autoconservazione di un potere politico ingordo e autoreferenziale. È del tutto evidente che con la doppia preferenza di genere si determinerebbe anche un salutare ricambio della classe politica. Quasi certamente, una maggiore presenza di donne nelle istituzioni costituirebbe un presidio della effettività dei diritti delle donne, con conseguente beneficio del livello di civiltà dell’intero paese.

Per questo, senza dubbio alcuno, condivido la necessità di sperimentare la doppia preferenza di genere, ma considero un errore esigere (come stanno facendo alcune associazioni impegnate sul tema) questo meccanismo a prescindere dalla discussione sulla qualità complessiva della legge elettorale in cui si colloca. Mi spiego meglio: il principio di rappresentanza non può dirsi realizzato se una legge elettorale, pur prevedendo la doppia preferenza di genere, conserva elementi e meccanismi di elezione lesivi della volontà espressa, col voto, dal corpo elettorale; oppure, se questi meccanismi limitano l’esercizio del voto addirittura precostituendo l’elezione di candidati scelti dalle segreterie dei partiti. Ci sono leggi elettorali che celano forme di cooptazione: l’esatto contrario di ciò che serve alle donne e di ciò che serve alla democrazia.

Quindi, comprendo l’esigenza tattica di mettere in sicurezza la doppia preferenza di genere rispetto ad una discussione (che si annuncia complicata) sulla legge elettorale, ma non si può smarrire il peso strategico di un’istanza che riguarda le donne ma parla all’intero sistema della rappresentanza politica.

In questa riflessione ho posato uno sguardo critico sul livello di attuazione di alcuni diritti delle donne, e mentre lo facevo ho potuto constatare, una volta di più, che ogni diritto trova la sua vera forza nella consapevolezza collettiva del suo valore e nella massima diffusione dei suoi effetti. Molti di questi diritti, seppure individuali, esprimono una vocazione solidale, di uguaglianza e di civiltà che consente di qualificarli come necessari, non soltanto alle donne e non soltanto quando vengono esercitati, ma anche e soprattutto quando vengono messi in discussione.

I diritti delle donne interrogano, perciò, la qualità stessa della democrazia. Non dovremmo mai dimenticarlo.

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