Presidente Pigliaru, la sua Sardegna non esiste

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di Vindice Lecis

E’ difficile non essere rapiti da un senso di stupefatta straniazione nel leggere l’intervista che il presidente della giunta regionale, il renziano Francesco Pigliaru, ha concesso alla Nuova Sardegna. Le sue risposte sono come un misto indigesto tra la propaganda e l’impudenza. Mezze verità spacciate per realtà cercano di coprire le inadempienze e le macerie accumulate sulla già sbertucciata autonomia, smerciate invece per riformismo. L’effetto straniazione, secondo i dizionari è infatti quel “processo attraverso il quale uno scrittore, mediante procedimenti espressivi e stilistici, induce nel lettore una percezione non abituale della realtà, rivelandone aspetti nuovi o inconsueti e suggerendo significati alternativi”. La domanda potrebbe essere: ma dove vive quando descrive una Sardegna irreale?

Pigliaru è, infatti, alternativo alla realtà dei fatti. Le sue risposte sembrano fornite da un uomo appena rientrato da una lunga vacanza tra i Mormoni dello Utah. Lui naturalmente promove la sua giunta, quando solo pochi mesi fa, il 14 ottobre, i dati della Commissione europea inchiodavano la qualità del governo regionale agli ultimi posti – come la Romania si leggeva nel titolo di quotidiano – tra le aree di sottosviluppo.

Alcune sue risposte paiono ispirate al disarmante candore di Peter Sellers in Chance il giardinere. Sono un concentrato nebbioso di “fare”, “vedremo” “dispiegheremno”, “si deve iniziare a pensare”, “lavoriamo in modo intenso”, “lavoriamo sottotraccia”, “si deve avere pazienza” e altre stupefacenti affermazioni.

Pigliaru e la sua giunta turbo renziana, tutt’altro che sobria quanto invece intorpidita, giurano che approveranno la contestatissima legge urbanistica. Il presidente la definisce “fondamentale” e si duole perché il suo nome sia accostato a quello dei cementificatori. A proposito dell’aeroporto di Alghero in coma profondo, respinge le “bugie” in quanto “è ancora aperto perchè lo abbiamo privatizzato” (sic). Sulla continuità territoriale assume l’impegno a migliorare i trasporti (tre anni di governo a che cosa sono serviti?) e inserisce affermazioni sul Bla bla car che davvero non si comprendono. Per gli aeroporti tira fuori dal cilindro la meravigliosa “cabina di regia” e che “gli scali devono essere ben collegati tra loro”. I treni, benedetti treni, potevano mancare? Via dunque con l’impegno elettorale della Sassari-Cagliari in due ore. Come? Ma diamine, “eliminando i passaggi a livello non custoditi”.

Le riforme per le quali va “orgoglioso” sono quella sanitaria (contestata) e quella sugli enti locali che hanno partorito le vivacissime Unioni dei Comuni. Si rammarica soltanto che, a volte, non è ben compreso dai sardi, ma lui – e si paragona nientemeno all’ex presidente Usa Barack Obama – guarda lontano: “le riforme mostrano i loro effetti sui tempi più lunghi della legislatura”.

Per l’industria giura che per la chimica verde “abbiamo lavorato sotto traccia” con l’Eni mentre plaude all’accordo – al ribasso in verità – sulle servitù militari che lascia quasi tutto come prima. Ci sono poi altri dettagli, come lo spopolamento delle zone interne e la vita grama dei nostri paesi. Risolvibile tutto con  la “scuola digitale”e l’ “aquisto di tablet”. Chiacchiere e distintivo.

Forte di questo bilancio, il Monti al pane carasau, è comunque indeciso se candidarsi o meno. Ma poiché afferma di avere “un solo obbiettivo, l’interesse dei sardi”, lo prendiamo in parola.

ps: gioisco all’ennesimo annuncio del sindaco di Sassari Nicola Sanna – Pd, diversamento renziano ma orlandiano riluttante, linea Orfini – sul fatto che nel 2018 la città “sarà metropolitana” con l’elencazione – tale da far venire le vertigini – di milioni di euro che arrivano da qui e da lì, come se piovesse. Abbiamo imboccato la strada del rinascimento a quanto pare. Dai, è ora di tornare su Saturno che è già tardi…

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