Negozi sempre aperti? Nessun posto di lavoro in più ma solo sfruttamento

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di Vindice Lecis

Il riposo festivo fu introdotto dall’imperatore Costantino nel 321 (d. C.). Poi, nel novembre del 2011, fu approvata una legge da Far-West. Il salvatore della Patria si chiamava Mario Monti, artefice di una liberalizzazione selvaggia che contempla l’apertura domenicale e nei festivi dei negozi e della grande distribuzione. Risultato: la deregulaton totale ha causato un peggioramento delle condizioni di lavoro, lo stravolgimento delle regole del mercato con relativa chiusura di migliaia di attività commerciali concorrenti e poche assunzioni, tutte a termine o tramite cooperative. Sette anni fa superata  la vecchia legge Bersani che regolarizzava il comparto con il blocco delle aperture domenicali, consentendole nel periodo natalizio, durante i saldi e, comunque, una volta al mese.

Il ministro Di Maio vuole ora far approvare una legge che, parzialmente, potrebbe limitare la liberalizzazione selvaggia ora in vigore, consentendo l’apertura nei festivi di un quarto delle attività commerciali. Una proposta ragionevole, guardata con attenzione dai sindacati e dalla Confcommercio, ma non dalla Grande Distribuzione Organizzata (Gdo) che ha cominciato il terrorismo mediatico. Federdistribuzione parla di 30-40 mila posti che andrebbero persi, ma non ho trovato analisi e e studi che lo comprovino.

La questione va ripresa non solo dal punto di vista del diritto o meno del consumatore a poter comprare una mozzarella e il detersivo quando più gli aggrada – c’è da chiedersi se, prima, eravano tutti trogloditi e infelici per non poterci abbronzare sotto le lampade al neon passeggiando tra gli scaffali trasportando i carrelli, chiacchierando amabilmente col vecchio compagno di scuola che non si vedeva da un pezzo mentre si sceglie la verdura o si fa la fila al bancone dei salumi – ma anche dal punto di vista del lavoratore.

Vediamo le varie questioni aperte. La grande distribuzione, già invasiva da decenni nelle città, è stata il carnefice di qualcosa come 59 mila negozi che hanno abbassato le serrande. Si dirà che è il mercato, che bisogna attrezzarsi, che i piccoli negozietti di prossimità garantivano uno spettro minore di proposte. Ed erano anche più cari. Può darsi, di tutto si può discutere e senza chiusure preconcette. Ma senza mai perdere di vista un fatto: il mercato non è mai un terreno neutrale, perché le regole di partenza non sono mai uguali. Vince il più forte, nel capitalismo liberista. E ora la deregulation degli orari ha fatto vincere la guerra alla Gdo. Il panorama è un impressionante cumulo di macerie.

Oggi il lavoro domenicale è diventato un obbligo al quale è difficile sottrarsi. Ne sanno qualcosa, ad esempio, i 12 lavoratori dei Supermercati Europa Sardegna che – riporta il quotidiano La Nuova Sardegna del 31 ottobre – hanno inviato una mail all’azienda non fornendo la propria disponblità per le festività dei Santi perché vorrebbero restare a casa con le proprie famiglie. La Filcams-Cgil di Sassari racconta delle pressioni che l’azienda sta operando per convincerli a desistere. Un braccio di ferro che, ne siamo certi, è in atto in altre città e in molte altre aziende.

Guardiamo la questione con l’ottica dunque dei diritti del dipendente. La busta paga aumenta solo – quando aumenta – di circa 60 euro al mese, in certe aziende dove c’è una presenza sindacale. Le aperture domenicali inoltre hanno determinato condizioni di peggioramento del lavoro e non certo un aumento del numero di occupati. I sindacati da tempo denunciano il maggior ricorso a cooperative e di lavoratori “somministrati”, agevolando il dumping contrattuale nei luoghi di lavoro.

L’apertura domenicale e nei festivi – con le eccezioni durante i saldi, a Natale e nelle aree turistiche – deve diventare dunque l’eccezione tutelata e contrattualizzata e non invece la regola. Il 25% di negozi a turno nelle città, può essere una strada per uscire da questo inconcepibile Far-West. Perché dietro quelle aperture forzate – ormai anche il 25 aprile e tra poco anche nel 1 maggio – ci sono storie di sfruttamento. Non restiamo indifferenti.

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