La guerra fredda: vi racconto come l’ufficio affari riservati del Viminale controllava mio padre

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di Vindice Lecis

Roma, 2 settembre 1953

Ministero dell’interno, Direzione Generale della Pubblica Sicurezza.

Divisione Aff. Ris. Sez: 3^ CPC

Al signor Questore di Sassari

Oggetto: Lecis Guido di Salvatore, pericoloso per l’ordinamento democratico dello Stato.

RISERVATISSIMA-RACCOMANDATA

In un primo momento colti da sorpresa, mio fratello ed io ci siamo sentiti come i partecipanti di un gioco letterario utile per poter apprendere storie eccitanti, tenebrose, collegate a  un’esistenza, quella di nostro padre che pensavamo, invece, di conoscere tutta. Ridevamo della possibilità di scoprire qualcosa di avventuroso. Come il venire a conoscenza della doppia esistenza di una spia al servizio di una potenza straniera “oltre cortina”. O di dare volto e identità  a un agente della mitica organizzazione parallela, riservata e impenetrabile, interna al Partito comunista italiano che si occupava di passaporti, esfiltrazioni, vigilanza. Gli elementi c’erano tutti: l’uomo “attenzionato” dall’occhiuto e famigerato Ufficio affari riservati (Uar) era infatti un iscritto al Pci sin dal 1945, partito nel quale militava con dedizione e passione. In più, tipico dei doppiogiochisti, l’uomo era anche taciturno e riservato. Poche parole, lunghi silenzi confusi nel fumo delle Nazionali senza filtro che lo avvolgeva di continuo.

Quando abbiamo saputo da un caro amico che nel Casellario politico centrale conservato nell’Archivio centrale dello Stato (a proposito: grazie ai funzionari per la disponibilità) era depositata una busta con 21 fogli dattiloscritti a cura della Divisione Affari riservati del Ministero dell’Interno riguardanti nostro padre Guido, il primo pensiero è stato di incredula curiosità. Di divertimento, persino. Scherzando, mio fratello ed io ritenevamo che, infatti, nostro padre non potesse essere qualcosa di differente da quello che avevamo conosciuto nei suoi troppo brevi sessantadue anni di vita. Un genitore che abitava con noi e nostra madre in  appartamenti spesso inseguiti da sfratti perché sempre ostinatamente in affitto; un lavoratore stimato, ragioniere del Consorzio agrario provinciale di Sassari (la bianca Bonomiana con lui unico comunista e forse anche l’unico iscritto alla Cgil); un uomo che non aveva né casa di proprietà e né auto ma solo una smisurata passione per la politica, i libri, i giornali, le riviste. Con tutte le tasche delle giacche e dei soprabiti sformate dai volumi e dai quotidiani che v’infilava come in un sacco.

Quella busta contrassegnata con la lettera Z (il marchio impresso sulle vite di comunisti, anarchici e sovversivi in genere) ha invece confermato – senza eccessive sorprese perché basta conoscere pochi brandelli di storia del nostro Paese per averne conferma – che Guido Lecis era uno delle decine di migliaia di comunisti italiani sottoposti a controlli, vigilanza, osservazione normale o speciale. In modo del tutto illegale. E fuori dalla Costituzione.

Che una polizia segreta di uno stato democratico controlli e schedi i cittadini in base alle proprie opinioni era infatti una delle caratteristiche della tetra normalità dell’Italia degli Anni Cinquanta. Un lungo periodo originato dalla  rottura dei governi di unità antifascista, dalla vittoria della Dc del 1948, dall’ossessione anticomunista e dalla voglia matta di mettere il Pci fuori legge.

Contro i comunisti la repressione era aspra e mortale. Poco meno di sessanta erano stati i militanti assassinati dal piombo di polizia e carabinieri durante i cortei. L’ossessione era portata all’eccesso dalla Dc e dalle sue organizzazioni collaterali e foraggiata generosamente dagli Stati Uniti. Per controllare e combattere  il Pci di Palmiro Togliatti, partito cardine della Resistenza, protagonista centrale della stagione che aveva portato alla nascita della Repubblica e alla stesura della Costituzione, l’Oss di James Angleton sin da subito aveva imposto nei servizi di informazione e intelligence italiani gran parte dei funzionari dell’Ovra la polizia segreta fascista guidata da Guido Leto. Nel 1946 il ministro socialista dell’interno Giuseppe Romita, aveva costituito il “Servizio Informazioni Speciali”. Il suo primo direttore Gesualdo Barletta proveniva dall’Ovra, e venne confermato dal successivo ministro dell’Interno, il democristiano Mario Scelba che sostituì il SIS con la “Divisione Affari Riservati” a fine ottobre 1948, alle dirette dipendenze del Capo della Polizia.

Sono  gli anni di una schedatura di massa di comunisti, socialisti, sindacalisti, oppositori del regime centrista, plumbeo e clericale.

Torniamo alle carte di Guido Lecis.

Mio padre era un militante di base. Non  un dirigente provinciale del partito o delle organizzazioni di massa come venivano chiamate la Cgil, la centrale cooperativa o le altre strutture collaterali. Non era nemmeno consigliere comunale o provinciale. Perché dunque lo controllavano? Vien da dire con che diritto controllavano un cittadino, membro di un partito che aveva contributo a costruire una Repubblica democratica?

In quella prima riservatissima raccomandata del 2 settembre il capo della polizia ordinava al questore di Sassari che “nei confronti del suindicato Lecis Guido… dovrà essere esercitata normale vigilanza… E’ necessario informare questo ufficio di ogni notizia di eccezionale importanza riguardante il soprascritto, mentre la nota di aggiornamento dovrà essere trasmessa entro il mese di settembre di ogni anno”.

Mio padre, era nato il 18 settembre 1920. Aveva 32 anni quando lo iscrissero nel Casellario politico centrale (CPC). Abitava in via Deffenu a Sassari con i genitori e molti fratelli e sorelle (in una casa in affitto) e lavorava al Consorzio agrario provinciale che aveva sede allora in via Roma. Nella compilazione della scheda lo zelante poliziotto rilevava che era stato “soldato di leva dal 10.2.1943 al 20.11.1945 – 45° Regg/to fanteria in Iglesias. Congedato col grado di caporale” (omettendo curiosamente la sua partecipazione alla guerra in Sicilia e all’internamento in un campo di prigionia britannico). I suoi genitori, Salvatore fu Davide del 1895 e Elena Collu di Felice del 1894)  erano definiti, forse con sollievo, apolitici.

Dunque Guido Lecis era controllato ma per questo erano anche segnalate le persone “di stretta relazione” con lui. Venne annotato scrupolosamente che  frequentava personaggi noti in città come Sotgiu Gerolamo – segretario provinciale della federazione comunista, Cherchi Giovanni Maria, vice segretario provinciale; Manca Antonio noto Nino, segretario provinciale Camera del lavoro.

Tre anni dopo fu proprio Nino Manca, popolarissimo sindacalista e consigliere regionale  e comunale comunista, a sposarlo civilmente con Maria Puggioni – mia madre – e quello in tempi di scomuniche fu uno dei rarissimi matrimoni non religiosi in Sardegna.  Dunque nel 1953 era ancora “celibe” e aveva già alcuni procedimenti penali e amministrativi sulle spalle. La scheda ci racconta che:

  1. 18.1.1951. Con rapporto n. 40700/Gab.della Questura di Sassari, dichiarato in contravvenzione per aver promosso e partecipato ad una riunione in luogo pubblico, non autorizzata dalle competenti Autorità di P.S. e per aver manifestato nella stessa circostanza, con grida sedizione e lesive del prestigio dell’Autorità di Governo, mettendo in pericolo l’ordine pubblico e la sicurezza dei cittadini.
  2. 14.5.1953 – Con rapporto n. 03000/Gab. Della questura di Sassari, denunziato all’Autorità Giudiziaria a piede libero perché responsabile di stampa clandestina a norma dell’articolo 2 della legge sulla stampa.

Nello spazio riservato alla situazione economica, nel modulo si registrava che era nullatenente. Impiegato presso il Consorzio Agrario Provinciale di Sassari e vive con i proventi del suo impiego. Il suo tenore di vita è conforme al reddito apparente.

Le questure avevano orecchie e occhi dovunque, probabilmente anche dentro il Pci che nella città di Sassari in quegli anni aveva quattro sezioni e circa  quattromila iscritti nella provincia. La federazione aveva un apparato pagato con stipendi medi inferiori a quelli di un operaio perché così aveva deciso il partito: l’ho raccontato nel romanzo Il nemico (Nutrimenti, 2018) che Giovanni Maria Cherchi prendeva 27mila lire, Nino Manca 30mila, Pina Brizzi 29mila, Flavio Sechi, Salvatore Delogu e Antonio Marras 25mila ciascuno, l’autista 20mila. Ogni giorno si vendevano 1026 copie dell’Unità e ogni settimana 201 di Vie Nuove, 64 di Rinascita, 376 di Noi Donne e 233 di Pattuglia.

Torniamo alle schede riservate. La questura descriveva mio padre con queste note asciutte:

E’ iscritto al Pci delle cui ideologie è un fanatico assessore. Svolge attiva e spicciola propaganda marxista. Non tiene conferenze e non pubblica articoli. E’ elemento intelligente e di carattere chiuso, ben visto dai dirigenti. Gode di un certo ascendente tra i compagni di fede. E’ sempre in primo piano e si fa notare nelle varie riunioni o manifestazioni indette dal suo partito. E’ elemento che, in determinate circostanze POTREBBE RENDERSI PERICOLOSO PER L’ATTUALE ORDINAMENTO DEMOCRATICO DELLO STATO CHE MAL SOPPORTA.

Ogni anno diligentemente, la questura di Sassari aggiornava il modulario a proposito del pericoloso comunista. Registrava che il 6 ottobre 1954 “continua a ricoprire la carica di segretario della sezione comunista Gramsci di Sassari. Presenzia a ogni manifestazione del partito cui è inscritto e per conto del quale svolge attività politica e propagandistica. Sul suo conto continua la vigilanza”. L’anno seguente, 1955, veniva annotato che, oltre a continuare nella militanza comunista , il 1 agosto “è stato chiamato, in qualità di sindaco supplente a far parte della Federazione della  Federcooperative di Sassari”. Naturalmente sul suo conto “continua la prescritta vigilanza”.

Nella scheda del 1956 la questura a settembre rilevava che era stato candidato al consiglio comunale di Sassari “carica alla quale non venne eletto per lo scarso numero di voti riportati”. Nonostante non ricoprisse incarichi, si confermava la vigilanza nei suoi confronti.

Il 20 settembre 1957 si era nel frattempo sposato da nove mesi e da soli quattro giorni aveva avuto il primo figlio. Nel modulario scritto quel giorno si annotava  che “in questi ultimi tempi non ha svolto alcuna attività di propaganda”. Vigilanza confermata. Così come per l’anno seguente, il 1958.

Nel 1959 nasceva Walter mio fratello. La questura ritenne a quel punto inutile proseguire  nella schedatura di mio padre  esprimendo parere favorevole alla  sua “radiazione” dal Casellario politico centrale. Non era forse ritenuto così pericoloso per l’ordinamento democratico perché, scrivevano nella scheda,  “sebbene conservi sentimenti estremisti, non ha più partecipato a manifestazioni pubbliche o private, indette dal Pci”. Per questo si proponeva di passare dalla vigilanza normale a quella discreta.

Questa che ho raccontato è una piccola, modestissima storia – una delle tante – di come un cittadino potesse venire schedato e controllato in base alle proprie opinioni in una Repubblica democratica tuttavia fortemente inquinata anche da elementi fascisti e legati ai circoli atlantici in molti dei suoi apparati. Lo avremmo visto negli anni successivi che cosa sarebbe accaduto: le stragi, i tentativi di colpo di stato e altre nefandezze.  Uno degli esempi più negativi fu uno dei capi dell’Ufficio affari riservati, quel Federico Umberto d’Amato che l’11 febbraio 2020 la procura generale di Bologna ha indicato come uno dei 4 mandanti, organizzatori o finanziatori della strage alla stazione di Bologna del 1980  insieme a Licio Gelli, Umberto Ortolani e Mario Tedeschi.

Mio padre continuò a essere iscritto e militante del Pci sino alla sua morte avvenuta nel 1982 a soli 62 anni. Come eredità ci lasciò una ricca biblioteca e un mare di riviste di storia, di politica, di letteratura e un esempio politico e morale da seguire. Gliene siamo grati perché siamo orgogliosi di questo “pericoloso comunista”.

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