Pace e disarmo al primo posto, le idee di Berlinguer ancora così attuali

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di Vindice Lecis

“La passione di Berlinguer per la politica internazionale è un filo rosso che attraversa tutta la sua vicenda” raccontò Paolo Bufalini, storico dirigente e parlamentare comunista l’anno dopo la morte dell’ex segretario del Pci. Aggiungendo, inoltre, che le connessioni tra la battaglia nazionale e il contesto mondiale dell’era nucleare “derivavano anzitutto dall’insegnamento e dall’esempio di Togliatti” come “una concordanza di ispirazione intellettuale tra maestro e discepolo”. Un riconoscimento dell’autonomia di giudizio che Berlinguer dimostrò – nella critica al sistema capitalistico e all’imperialismo e anche  nei confronti del “socialismo finora realizzato” – che poggiava sull’apprezzamento spassionato dei dati della realtà. Per questo fu innovativo e coraggioso, mai velleitario o preconcetto.

Berlinguer che si era fatto le ossa alla guida della Federazione mondiale della gioventù democratica negli anni Cinquanta, per molti anni – quelli della sua direzione – fu il politico italiano più conosciuto nel mondo. Nei dodici anni (1972-1984) in cui diresse il Pci furono una sessantina i viaggi e le missioni all’estero. Da Hanoi ad Atene, da L’Avana a Belgrado, da Città del Messico a Mosca, da Berlino a Pechino, da Madrid a Parigi e in molte altre città, il segretario comunista incontrò capi di stato e di governo, rappresentanti dei partiti comunisti e socialdemocratici e dei movimenti di liberazione. E con loro tesseva una robusta tela di rapporti per affrontare insieme alcuni nodi di fondo: l’impegno contro l’ineluttabilità del conflitto bellico, stavolta finale per l’umanità, la lotta agli squilibri tra il Nord e il Sud del mondo, il superamento della guerra fredda e della politica dei blocchi  militari contrapposti. Tutti elementi, armoniosi e costitutivi, di una strategia nazionale e internazionale (e internazionalista) di riforma del comunismo o, meglio, di un comunismo riformatore.

Leggere oggi, gli scritti e i discorsi di politica internazionale di Enrico Berlinguer costituisce un esercizio di comprensione della realtà per come si è dipanata nel corso dei decenni.  E’come volgere lo sguardo non soltanto a un’epoca trascorsa (si tratta di un battito di ciglia della Storia) ma per rafforzare e affinare gli strumenti di conoscenza e di analisi sui tempi presenti. Il libro curato dallo storico Alex Hobel, Enrico Berlinguer, la pace al primo posto,  pubblicato ad aprile da Donzelli editore (360 pagine, 30 euro) ha questo grande merito: di riproporre in modo incalzante l’attenzione meticolosa, appassionata e sofferta di Berlinguer nei confronti della politica internazionale, dei temi della pace e della guerra.

Un’attenzione non formale o burocratica o esclusivamente diplomatica, quanto invece elemento dell’azione politica generale per la lettura dei passaggi d’epoca (in questo caso gli anni Settanta e la prima metà degli anni Ottanta)  incubatrici di tensioni e anche di grandi possibilità. Il mutamento globale che Berlinguer osserva con la passione che gli era nota, ma con altrettanto rigore senza sconti alla propaganda, rafforza in lui e nel Pci la necessità di costruire un nuovo socialismo legato a un profondo cambio di fase.

In sintesi, la ricerca testarda per stare in campo, in modo innovativo, nel mondo della crisi duplice: della guerra fredda e del neocolonialismo, valutando come decisive l’avanzata dei movimenti di liberazione e dei paesi non allineati. Analisi, iniziativa, audacia di Berlinguer  protagonista, nel mondo policentrico che si andava definendo. Ecco perché la sua felice ossessione in tutti quegli anni – che in campo nazionale portavano il segno della travolgente avanzata comunista, della crisi delle vecchie maggioranze, del terrorismo fascista e brigatista – è stata quella della pace e della distensione come elementi primari, presupposto di ogni azione politica.

E dunque come il curatore del libro Hobel osserva, valorizzando l’interdipendenza tra gli aspetti economici e politici e la coesistenza in un mondo dove, nonostante le minacce dell’imperialismo, cresceva la necessità dello sviluppo della cooperazione multilaterale e della distensione.

Per costruire queste ipotesi, né facili e scontate in un’Italia  servile verso Usa e Nato, in un mondo stretto dai cascami della guerra fredda, Berlinguer operò una formidabile azione planetaria dialogando con settori della socialdemocrazia e del mondo cattolico, con i partiti comunisti e operai, con i movimenti di liberazione e i paesi non allineati, per attenuare il quadro bipolare.

Sono di quegli anni interventi e interviste, pubblicate nel volume, dove emergono con prepotenza le analisi e le proposte di Berlinguer per coniugare la risposta all’emergenza primaria della pace con la ricerca inesausta di una nuova strada nazionale e internazionale. Coesistenza e distensione elementi dinamici e ricerca di una terza via tra le esperienze socialdemocratiche e quelle del socialismo reale.

Con questa ispirazione la segreteria Berlinguer operò per una ricucitura con i riottosi comunisti cinesi, sostenne in modo totale la lotta di liberazione del Vietnam, aprì dialoghi con Olof Palme, Brandt e Mitterrand, propugnò strategie di un socialismo occidentale nella libertà (eurocomunismo e terza via).  Per Berlinguer (relazione al XIII congresso di Milano nel 1972) “il socialismo non è un modello astratto ma un processo storico che coinvolge masse sterminate in un duro scontro con i nemici di classe e anche nel confronto con il proprio passato”. Socialismo che in Italia deve spezzare – e il pensiero corre all’oggi, a un Paese del tutto privo di politica autonoma – la sovranità limitata dove “ogni spostamento dell’asse politico italiano è destinato ad avere ripercussioni internazionali” . Giudicando come  “un anacronismo” l’idea di avere relazioni speciali con gli Usa.

Il Pci aveva votato contro l’ingresso dell’Italia nell’organizzazione militare Nato sapendo che avrebbe rafforzato un vincolo di asfissiante subordinazione. Per Berlinguer uno degli antidoti era  lavorare a “un’Europa nuova, pacifica, democratica” che non fosse né antisovietica e né antiamericana.  Quando questa linea venne proposta – relazione al comitato centrale dell’8 febbraio 1973 – era ancora in corso la lotta armata in Vietnam contro l’invasore Usa e lo scontro fratricida tra Urss e Cina. Il segretario comunista si spese per “superare le divisioni nel campo socialista” rilanciando con energia l’idea di un nuovo assetto internazionale basato sulla coesistenza pacifica  come “necessità oggettiva, come condizione fondamentale indispensabile per la salvezza dell’umanità”.

Sarà un crescendo di discorsi, di iniziative e di attenzione del Pci per mettere al centro l’idea obbligata di “un’alternativa alla catastrofe atomica” . La pacifica coesistenza diventa dunque  “il terreno più favorevole”  contro l’imperialismo, per riaffermare il diritto dei popoli all’indipendenza e coniugare democrazia e socialismo.

Aveva già ribadito alla conferenza di Mosca del giugno 1969, il diritto di ogni stato e di ogni popolo ad essere indipendenti. E anni dopo, nel primo quinquennio dei Settanta, ribadì che “una cosa sono gli Stati, cosa diversa sono i partiti”. Definendo il concetto di autonomia e di internazionalismo. Ma Berlinguer sapeva bene che “da questa parte”, in Occidente, bisognava fare i conti con l’aggressivo imperialismo Usa. Uno dei cavalli di battaglia diventò quello di un’Europa diversa dalla Cee.  E dunque la necessità “della piena indipendenza nazionale dell’Italia nel quadro di un’Europa pacifica e indipendente: nella prospettiva di un progressivo superamento dei blocchi militari contrapposti sino alla loro liquidazione” divenne un asse strategico.

Berlinguer si muoveva su terreni pericolosi  (lo vedremo con l”assassinio di Aldo Moro, un intrigo internazionale volto a impedire l’ingresso dei comunisti nell’area di governo): doveva fare i conti con la Nato e con la divisione del mondo decisa a Yalta, dove la sovranità limitata dei singoli Stati era la condizione di base. A Ovest come a Est.  Il segretario del Pci ribadì  allora che i blocchi “sono superati, sono privi di prospettiva” proponendo un “superamento” come processo di distensione internazionale “per liquidare il nefasto retaggio della guerra fredda” e, nel contempo, trasformare in senso democratico l’Europa della Cee “con una piena indipendenza e autonoma iniziativa”.

Berlinguer e il Pci non erano dunque ostili all’idea di un ruolo nuovo dell’Europa. Ma la rivendicavano  “democratica, indipendente e pacifica;  né antisovietica né antiamericana, ma, al contrario, si proponga di assolvere una funzione di amicizia  e cooperazione con l’America e con l’Unione Sovietica, e tra esse, e con i paesi sottosviluppati e con tutti i paesi del mondo”.  Si propugnava un’Europa di pace e non un terzo blocco contrapposto all’Urss.

Nel corso degli anni, attraversati da tensioni di diverso segno, Berlinguer precisò, rilanciandola in ogni occasione,  la questione della lotta per la pace. Nel 1973 – l’anno del golpe ispirato dagli Usa in Cile – rifletteva in modo realistico sul fatto che “l’imperialismo è in grado di contenere la lotta emancipatrice dei popoli” restando una forza aggressiva. La distensione, scriveva sulla rivista del Pci Rinascita nel settembre di quell’anno, è dunque una “via obbligata” e “la coesistenza significa sollecitare i processi di sviluppo della democrazia e della libertà in tutti i paesi del mondo quale che si il loro regime sociale”.

Coesistenza pacifica non è, dunque, capitolazione ma “una concezione dinamica e aperta, che si misura e si confronta con un’altra concezione, propria dell’imperialismo, il quale anche quando è costretto al negoziato con i paesi socialisti pretende di fissare il quadro mondiale allo status quo dei rapporti di forza in atto nel mondo e nei vari paesi”.

In pratica con la coesistenza e la pace esistono terreni di lotta più avanzati per le forze del progresso e del movimento operaio nei singoli paesi.

La questione dei “blocchi come fattore di insicurezza” è dunque rilanciata in un rapporto al comitato centrale dell’11 gennaio 1982. Quando il colpo di Stato in Polonia determina un rafforzamento in Berlinguer dell’esaurimento della  spinta propulsiva originata dalla rivoluzione bolscevica in quei paesi. Il Pci, dice, “non si ispira a quella sorta di credo ideologico2 quanto ” invece della realtà, della sua prassi trasformatrice”. Perché  “noi muoviamo da una impostazione storicista e il nostro impegno deve rivolgersi nella direzione della critica e delle proposte oggettive e fattuali”.

La questione della lotta contro i missili sul suolo europeo e italiano è una delle eredità più preziose di Berlinguer. Il Pci si impegna con tutte le energie in una grande campagna di sostegno al movimento della pace e contro il governo Cossiga che intendeva autorizzare l’installazione dei missili Usa Pershing e Cruise. Ma in generale schiera il partito contro la politica di confronto muscolare tra Urss – che cominciava a dislocare gli Ss2 in Europa orientale – e Usa. In un intervento alla Camera il 5 dicembre 1979 Berlinguer documenta come le spese militari nel mondo crescessero a dismisura (quelle degli Usa e dell’Urss a 71 miliardi di dollari ciascuno, quelle dei paesi europei della Nato a 45 milardi) mentre nel mondo l’aumento globale del commercio mondiale degli armamenti aumentassero del 30 per cento. Lancia un allarme forte: “Stati Uniti e Urss hanno ormai arsenali nucleari in grado di distruggere l’intero pianeta per ben sette volte” con una potenza decine e decine di volte superiore “alla bomba che annientò Hiroshima”.

Allora, come adesso, parlare di pace suscitava reazioni infastidite nei governi e negli apparati militar-industriali. E anche allora, ricordava Berliguer, occorre fare qualcosa in un mondo e in un’Europa “imbottita di armi”. Concetto ribadito sempre alla Camera un anno dopo – 17 gennaio 1980 – quando condannando l’intervento sovietico in Afghanistan chiede di “invertire la tendenza attuale, interrompere subito la spirale degli atti di forza che rispondono ad altri atti di forza, delle azioni e ritorsioni. Bisogna riaprire la via del dialogo e del negoziato”.

Sono stati rari gli uomini e le donne che in Italia hanno insistito con questa energia e continuità sulla necessità della pace e della coesistenza. Berlinguer un profeta inascoltato? Certamente, pur dirigendo un partito votato da un terzo degli italiani e godendo di un prestigio nazionale e internazionale altissimo, si scontrò con una situazione mondiale che andava in altre direzioni. Eppure ancora nel 1983 quando la trattativa di Ginevra sui missili sembrava compromessa per le opposte pregiudiziali, Berlinguer fece un estremo tentativo per una proposta su una “sosta di fatto” per decelerare i tempi tecnici dello spiegamento dei missili per “decongestionare l’atmosfera segnata dall’impossibilità di un accordo ravvicinato” (Bufalini).

Pochi mesi prima della morte, in una campagna elettorale per le Europee durissima e segnata dallo scontro sulla P2 e contro il decreto craxiano che sterilizzava la scala mobile, Berlinguer rilanciava ancora il tema della pace. Al direttore di Epoca Gregoretti (17 febbraio 1984) che gli chiedeva si spiegare “questo suo continuo viaggiare da una capitale all’altra”, rispondeva asciutto: “La convinzione che il pericolo di guerra si è fatto più grave. Alcuni pensano che, essendo la guerra termonucleare l’evento totalmente catastrofico che tutti sanno, questo di per sé significhi che la guerra non può scoppiare. Io invece penso che questa terribile eventualità non possa essere esclusa”.

Di Berlinguer rimane questa eredità densa di valori e di iniziative pratiche. Dove lotta per la pace significava battere strade nuove per l’internazionalismo e il socialismo senza rinunciare ad essere sé stessi. Trovò resistenze e ostacoli, sofferte diversità di opinioni, ma anche convergenze con i leader mondiali. “Parlò a Mosca, come a Roma e Berlino” ricordò Gian Carlo Pajetta.

E’, questo della pace, del disarmo, della coesistenza, uno dei pensieri lunghi e coraggiosi di Enrico Berlinguer che, con forza intatta, squarcia anche il velo di guerra e di morte dei tempi attuali.

 

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