I sardi nuragici e l’arrivo dei fenici. Ma a che cosa serve un romanzo storico?

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All’inizio è stato un bollitore di latte con coperchio. Poi il bronzetto definito La madre dell’ucciso di Urzulei. E ancora il pozzo sacro di Santa Cristina e il santuario nuragico di Santa Vittoria di Serri. Quindi il villaggio di Serra Orrios e i nuraghi di Santu Antine, Palmavera e Barumini. E la testa del Gigante e… Mi fermo per non deragliare dal tema.

Che è questo. Perché scrivere un romanzo sulla bella età dei nuraghi dove gli elementi di fantasia non siano tali da stravolgere i risultati delle ricerche per non sconfinare nel fantastico? La domanda mi è stata rivolta in alcune delle presentazioni per il mio Le pietre di Nur. La risposta è difficile. Provo a darla anche qui. Perché un romanzo “storico” è tante cose (anche identità non scordiamolo). Ma, anzitutto, deve uscire dalla logica mera dell’intrattenimento, qualità certo necessaria, provando però a riempire con l’immaginazione i vuoti (o le interpretazioni discutibili) della documentazione storica e archeologica tratteggiando vicende verosimili. In pratica, aiutarci a recuperare la parte perduta del passato.

Le pietre di Nur nella sua prima stampa (ora riedita per Condaghes) conteneva due epigrafi, sorta di fari nella nebbia. La prima di Giovanni Lilliu era questa: “Per i sardi il mare è il segno di una libertà perduta, ma è pure l’utopia di una libertà da riconquistare”. La seconda di Fernand Braudel: “Nei fatti qualsiasi civiltà progredita non si sottomette se non in apparenza”.

Il mare, la libertà, la civiltà progredita, la sottomissione. Per questo ho voluto scrivere un romanzo che tentasse di svelare – ai narratori molto è concesso, se non tutto – gli interrogativi che abbiamo di fronte ogni qualvolta ci avviciniamo stupefatti di fronte a nuraghi, domus de janas, opere idrauliche o sepolture. Ma anche quando osserviamo nei musei i manufatti esposti della vita civile, cultuale e militare di questi nostri progenitori così lontani. Spade, anfore, bronzetti, anelli, collane, ciotole. E, ora, si è messa in moto la grande macchina dell’immaginazione dei Giganti di Monte’ Prama.

Storia e avventura possono camminare insieme con un’avvertenza: accettare che la ricerca archeologica, a volte corrusca e altre volte invece pigra e priva dei voli alti dell’interpretazione, ci aiuti a capire meglio. L’autore deve, dunque, rispettare la ricerca e, naturalmente, studiarla. Non volersi trasformare in Indiana Jones. Contare sino a dieci e oltre prima di lanciarsi in interpretazioni fantasiose tali da portare fuori strada il lettore. Altro è invece il tentativo di raccontare le cose come (forse) sono andate. Mantenendo arzillo lo spirito critico.

Avere a che fare con Iolai, Balari, Corsi, Sardi è complicato. Come pensavano e che cosa, anzitutto? Interpretare ogni aspetto dei nuraghi o della statuaria è impegnativo. Col giusto spirito curioso e critico possiamo immaginare i sardi dell’VIII secolo avanti Cristo al centro della civiltà mediterranea. Al centro ma non soli. Lilliu era convinto che le notizie storiche del periodo “indicano una condizione della civiltà nuragica, competitiva, di apertura e di relazione con l’estero, nonché di mobilità”.

E’ una fortuna fare i narratori mi viene da dire. Perché possiamo raccontare con leggerezza in un romanzo ciò che è invece oggetto di analisi e di contesa da decenni. A volte gli specialisti dibattono con una tigna che, al confronto il Concilio di Nicea era una convention con Fiorello. Ma la ricerca ci sta aiutando. A capire ad esempio i luoghi nevralgici del commercio (che dire di Sant’Imbenia?) o ad affrontare in modo nuovo la questione della grande statuaria (un tempo curiosamente negata ai sardi e ora invece sfruttata anche nelle t-shirt) o se i sardi avessero cominciato a entrare, come in altre parti del mondo, nella cosiddetta dimensione urbana. Oppure come si svolgesse l’ordalìa dell’acqua.

Direte ora: tutto questo che cosa c’azzecca con un romanzo? C’entra, eccome. Perché in quel fatale VIII secolo i quasi diecimila nuraghi c’erano già tutti, anche se non pochi erano crollati e molti avevano una pluralità d’uso. E c’erano le oltre trecento tombe dei giganti e le decine di templi a pozzo e i molti villaggi. In questa età del ferro (fase IV direbbero gli archeologi) il mondo nuragico è in stretta relazione con altre civiltà. Signorie etrusche e commercianti fenici anzitutto.

Giovanni Lilliu ci aiuta: “C’è una cauta apertura ed una non ambigua disponibilità, su un livello pari di potere e cultura, verso l’esterno, in varie direzioni: e ciò ovviamente non comporta alcuna rinuncia al carattere specifico e diverso della civiltà locale”. La Sardegna vive progresso tecnico, sviluppo della metallurgia del ferro, e l’affermarsi della classe aristocratica (modello eroico-oligarchico, lo definisce Lilliu) .

Il punto è: come reagiscono i nuragici di fronte ai fenici che stavano colonizzando “zone franche” costiere? Il romanzo cerca di fornire risposte e di fare domande. Ho voluto raccontare una storia dove i colonizzatori si insediano con gentile arroganza sulle coste. “L’isola viene raggiunta dal flusso coloniale fenicio con un’intensità che appare, al momento, maggiore che in qualunque altra area mediterranea” ha notato Sandro Filippo Bondì. Possiamo cercare di domandarci come reagirono i sardi di fronte alla nascita di Cagliari, Nora, Bithia, Sulci o Tharros? Possiamo.

Il nodo è lo sfruttamento dell’attività mineraria. Avviene per il tramite dell’ambiente nuragico, parrebbe, i cui capi diventano partners dei fenici. Ma andò davvero del tutto così? I sardi nuragici accettarono di esser allontanati dalle coste? Nel romanzo le storie si intrecciano in una straordinaria fase di trasformazione. Ci sono i testimoni della rottura di un equilibrio. Quando i sardi cominciarono a subire l’onta della sconfitta.

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