Il caso Sardegna: Zedda, Maninchedda e l’eterno trasformismo

Francesco Pigliaru con Massimo Zedda sindaco di Cagliari
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di Vindice Lecis

Massimo Zedda è dunque “sceso” in campo per le regionali, strilla il titolo di un quotidiano. Forse. Ma chi lo ha scelto e chi vuole rappresentare? Tentiamo allora di capire quali siano i registi dell’operazione e i propagandisti scelti per portare il verbo. Il sindaco metropolitano di Cagliari, a quanto è dato sapere, molte settimane fa è stato proposto in modo palese anzitutto dal virtuale “partito dei sindaci” – entità reale quanto un ircocervo – o dai suoi più stimati rappresentanti, a capo di una coalizione a condizione, però, di tracimare “oltre il centro sinistra”. Che ruota, di fatto, attorno allo sgangherato Pd, probabilmente il vero regista dell’operazione. Pur con un forbito linguaggio da giuristi di Bisanzio del VI secolo, ciò che si capisce è la proposta di concentrare attorno a quel partito e a qualche cespuglio la sperata rimonta contro gli odiati populisti, lanciando nell’agone il sindaco del capoluogo sardo. Fin qui, più o meno, ci siamo.

Tuttavia quegli stessi sponsor di Zedda, hanno partecipato con entusiasmo anche all’affollata assemblea del Partito dei Sardi, formazione onnivora guidata dall’ex assessore regionale Paolo Manichedda. Confusione? Disperazione? Questi partecipanti, di varia estrazione tra cui moltissimi sindaci – quelli che D’Alema un tempo aveva etichettato come accampamento di cacicchi – plaudono all’idea di primarie nazionali dei sardi. Il Pd apre – ufficialmente e ufficiosamente – a queste singolari consultazioni alle quali possono partecipare tutti, da destra e da sinistra, da Nord e da Sud. Non è chiaro invece se il partito dei sindaci, o lo stesso Pd, pensino al ticket Zedda-Maninchedda, sorta di poliarchia.

E’ chiaro che l’obiettivo sia quello di nascondere un po’ di polvere sotto il tappeto per tentare, con un’operazione di cosmesi, di superare la stanca e deludente stagione di Francesco Pigliaru. Il presidente uscente – ora concentrato sulla Finanziaria – difficilmente infatti sarà della partita. Vecchie e nuove lacerazioni – rinvio della legge urbanistica, scontro continuo sulla riforma sanitaria, affanno sui trasporti esterni e quelli interni, concezione minimalista dell’autonomia regionale, ombre sulla questione trasferimenti, opacità sulle zone interne – non fanno ben sperare per il professore sassarese che potrebbe decidere di tornare all’insegnamento.

Paolo Manichedda – il deuteragonista – da un ventennio è l’eterno uomo nuovo della politica sarda. Incarna bene il democristiano che sopravvive a tutte le stagioni. Meno involuto di De Mita, più accattivante di Forlani, alieno dalle sofferenze di Zaccagnini, certo più dialettico di Gava ma manovriero come Remo Gaspari. Nel 2004 lo troviamo al fianco di Renato Soru nella stagione del centro sinistra. Con il Psd’Az nel centrodestra, invece, nella successiva legislatura. Ancora col centro sinistra a sostegno di Pigliaru nel 2014 con il suo Partito dei sardi. Che, naturalmente, è un partito né-né: non di sinistra ma nemmeno di destra, indipendentista temperato ma capace di inviare suggestivi segnali di contrattualismo rivendicazionistico contro lo stato italiano.

Il ticket con Zedda appare comunque improbabile. Il sindaco di Cagliari – del quale come amministratore ora non parliamo – vuole spiccare il primo grande salto nella politica che conta. Il suo sodalizio, anche personale, con Matteo Renzi era costituito da una certa empatia giovanilistica. Il suo rapporto col Pd, reale da molto tempo, è stato reso esplicito dall’appoggio al referendum costituzionale – respinto dagli italiani e dai sardi, specialmente dai sardi – e, forse, dall’illusione di poter sedere sugli scranni del Senato non elettivo ma di nominati. Zedda, dopo l’esperienza di Sel, è (forse) attualmente con Campo progressista che in Sardegna ha proposto, tramite l’ex senatore Luciano Uras, un’alleanza dal Pd a Forza Italia. Un po’ troppo.

Ufficialmente Zedda ha già un’adesione entusiasta: quella degli ex grillini confluiti nel movimento del sindaco di Parma Pizzarotti, Italia in comune. Che in Sardegna – in odio ai loro antichi sodali – si sono scoperti una vena manovriera, anche spregiudicata. Incerto è il loro reale peso politico.

I Cinque stelle hanno deciso come sempre di fare a meno di alleanze. Candidano l’ex sindaco di Assemini, Mario Puddu, e hanno respinto l’idea di un asse con Psd’Az-Lega per verniciare di giallo-verde il governo regionale. Il voto ai 5 Stelle è una vera incognita, visto che il loro consenso alle amministrative è molto altalenante. Tuttavia su di loro potrebbero convergere quanti non vogliono affidare la regione alla destra che ha dato una pessima prova di governo con Cappellacci o far risorgere il Pd e cespugli con l’usurato voto utile. I 5 Stelle hanno assunto sulla legge urbanistica una posizione decisa. A differenza di altri.

A destra, invece, ostentano unità. Tuttavia Forza Italia, l’estrema destra di Fratelli d’Italia, Lega e Psd’Az non hanno ancora il loro candidato. Sentono di avere il vento il poppa, che soffia nelle vele dei salviniani e, di conseguenza, in quelle sardiste. Confidando nella smemoratezza degli elettori – la vecchia giunta del commercialista di Berlusconi ha fornito infatti una pessima prova di governo – puntano a superare di slancio qualsiasi coalizione avversa, perché il giudizio dei sardi sull’attuale esecutivo è fortemente negativo. Anche se l’opposizione di destra è stata assai blanda (avrebbero voluto una legge urbanistica molto più permissiva, ad esempio).

Ci sono due altre incognite. Quella degli indipendentisti e quella della sinistra. Per quanto riguarda i primi, dopo il fallimento elettorale di Autodeterminatzione e l’uscita della gamba moderata di Sardos, l’alleanza è rimasta in piedi e tenta di ritagliarsi un ruolo. Impresa non facile tra un coacervo di identità differenti dove comunque sono i Rossomori a dare le carte.

Poi c’è la sinistra che non riesce a vedere le opportunità che il devastante smottamento del Pd offre per recuperare consensi e porsi come riferimento per quanti vogliono arginare anche la destra e i giallo-verdi. Il problema è, che una parte di questa sinistra, è attratta ancora dal Pd e non riesce a vedere oltre la siepe. E’ il caso di Mdp-Articolo 1 che ha un assessore nella giunta regionale sarda e, a Sassari, ha incontrato già il sindaco uscente Nicola Sanna per sostenerlo in eventuali primarie. Poi c’è Sinistra Italiana, non particolarmente entusiasta di far parte di Leu a trazione bersaniana poiché legata alla nostalgia della fu-ditta. Rischia però Sinistra Italiana di restare vittima di un torcicollo manovriero (Soru, Zedda, e chi altri ancora?) che, per ora, la sta condannando all’inazione mentre avrebbe potuto essere il collante di un’alleanza di sinistra e autonomistica. Ma c’è ancora tempo, chissà.

Con chi farla quell’intesa? Le forze sono scarse ma ci sono se si vuole puntare a una ricomposizione di programma con la sinistra sarda. Anzitutto con i comunisti del Pci e avviando un confronto con Potere al popolo e altre formazioni di sinistra. Uno spazio esiste, ed è ampio. Ci sono forze del lavoro e sindacali, personalità, intelligenze. Ma per percorrere quello spazio bisogna rileggere l’ultimo quindicennio in modo critico e lasciare sul terreno scelte sbagliate e illusioni di alleanze con i responsabili dello sfascio. Perché in Sardegna si voterà certo su sanità, lavoro, trasporti, zone interne e industria da riportare sull’isola. Tuttavia i sardi vivono le stesse dinamiche italiane: i disastri delle scelte imposte dall’austerità e dall’Europa della finanza anzitutto, ma anche le politiche sbagliate sull’immigrazione e della finta accoglienza. La sinistra diffusa c’è, anche se ora è prigioniera di un’autocollocazione nell’orbita dei soli diritti civili e della tutela di questa o quella minoranza, totalmente avulsa dalle questioni vere della vita delle persone, dei lavoratori e dei disoccupati. Quello che difetta è il coraggio e il voler uscire dalla subalternità.

Poi non lamentatevi quando scoprite che il 35% dell’elettorato grillino viene da sinistra e, persino, dal vecchio Pci.

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