Il cacciatore di corsari, quando i predoni del mare cambiavano il corso della storia

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di Costantino Cossu

Sullo sfondo di una Sardegna impegnata, tra la fine del Trecento e la seconda metà del Quattrocento, nella guerra tra giudicato di Arborea e regno d’Aragona, Vindice Lecis ambienta il suo nuovo romanzo storico, “Il cacciatore di corsari” (Nutrimenti, 352 pagine, 17,00 euro). Il contesto in cui si svolge il racconto è quello della guerra alla pirateria – nel Mediterraneo e nel Canale della Manica – tra la fine del Trecento e la prima metà del Quattrocento.

Che ruolo ha la Sardegna in questo quadro?

«Un ruolo decisivo, direi fondamentale. Ma è stata di gran lunga più importante la guerra di corsa rispetto alla lotta alla pirateria e agli stessi corsari. E’ con la guerra di questi masnadieri, che agivano sotto le bandiere dei sovrani, che la Corona d’Aragona intervenne per rovesciare a suo vantaggio le declinanti fortune del conflitto per il controllo della Sardegna ribelle dei giudici d’Arborea, da Mariano IV a Ugone III, da Eleonora alla sfortunato figlio Mariano V passando per il poderoso quanto ambiguo Brancaleone Doria».

Chi era Pero Niño, il cacciatore di corsari protagonista del romanzo?

«Un personaggio affascinante e controverso. Un cavaliere castigliano, che le cronache dell’epoca ci restituiscono aitante e mai sconfitto, inviato dal suo sovrano Enrico III di Castiglia nel Mediterraneo e nel canale della Manica a caccia di corsari e pirati. Uomo non privo di capacità politica ma più che altro dotato di straordinario ardore guerresco. Nel Mediterraneo insegue sino allo spasimo alcuni corsari sotto la protezione dell’antipapa Benedetto e tenta di snidarli da Marsiglia. Devasta le coste nord africane entrando persino nel munito porto di Tunisi e incendiando velieri. In una campagna successiva, alla guida di una squadra di galee, attacca Bordeaux che era in mano agli inglesi, incendia Portland, devasta Poole, il covo di un pirata audace e famigerato, Harry Pay, da cui lui era ossessionato. A fine campagna si innamora, ricambiato ardentemente, di quella che venne definita la più bella donna di Francia: Jeannette de Bellengues, moglie di un ammiraglio».

Tra i corsari cacciati da Pero Niño ce n’è uno, il maiorchino Arnau Aymar, che ha avuto un ruolo importante nel conflitto tra il giudicato di Arborea e la corona di Aragona. L’isola fu teatro delle sue gesta, spesso efferate…

«Arnau Aymar scompare misteriosamente dalle fonti nel 1404 quando, per sfuggire a Pero Niño, fa tappa ad Alghero. Gran parte della vita di questo corsaro al servizio della corona d’Aragona, di cui divenne anche un personaggio politico di un certo rilievo, si svolge nei mari della Sardegna, tra gli scali di Cagliari, Alghero, Longosardo, Bosa, Terranova e Oristano. I giudici d’Arborea, impegnati nella lunga ed estenuante guerra con l’Aragona, erano i suoi nemici. E’ stato emozionante raccontare, con l’ausilio delle carte edite e con l’invenzione narrativa, abbordaggi, intrighi, assalti ai porti, incursioni in alto mare».

Il Mediterraneo era in quella fase un crocevia storico fondamentale. Fu un periodo denso di contrasti e di conflitti, che “Il cacciatore di corsari” ricostruisce. Un’epoca ricca di fascino e di mistero…

«Corsari e pirati musulmani, rinnegati, aragonesi, inglesi, castigliani, genovesi, maiorchini e anche sardi si incrociavano sui mari. Al servizio dei diversi sovrani, ma anche per curare i propri interessi. Un crocevia storico fondamentale, con le grandi potenze in lotta per il dominio. La guerra di corsa ebbe una straordinaria importanza nell’economia e nella storia della Sardegna: senza quella, Alghero e Cagliari assediate sarebbero cadute in mano arborense. Ma allo stesso tempo, era necessaria, quella guerra, per fiaccare le economie degli attori parte del conflitto. Il blocco degli scali arborensi da parte dei corsari indebolì fortemente i sardi”.

Un romanzo storico rigoroso, “Il cacciatore di Corsari”, in cui però c’è anche una forte componente di avventura. Come hai combinato questi due elementi?

«Il romanzo storico consente di colmare alcuni vuoti documentali, fornire spiegazioni che, spesso, la storia non ci consente di azzardare. In questo caso, ad esempio, tento di far luce su alcuni episodi controversi e mai pienamente spiegati: l’assassinio di Ugone III d’arborea, il ruolo di Brancaleone Doria, l’arrivo di Pero Niño a Oristano per depredare una nave che imbarcava le delegazioni arborensi e aragonesi dirette a Barcellona per trattare la pace e infine, il destino stesso di Arnau Aymar. Il romanzo storico e d’avventura può aiutare la comprensione. Un libro anfibio, dove si vivono in prima persone le emozioni dei protagonisti».

L’intreccio del racconto è avvincente. Nello stesso tempo, nel solco della tradizione del romanzo storico, anche il “Cacciatore di corsari” si propone di illustrare il quadro di un’epoca passata narrando, insieme con i grandi avvenimenti storici, anche i loro effetti sulla vita della gente comune, per riflettere sulla natura dei rapporti umani e sul significato della Storia… Un antidoto all’appiattimento sul presente che è uno degli aspetti negativi del tempo in cui viviamo…

«La vita materiale è una delle condizioni basilari. Un romanzo storico non può fare a meno di precisi e accurati riferimenti storici, ma nemmeno abdicare dalla conoscenza dei rapporti sociali dell’epoca, dei mezzi di produzione, della divisione della ricchezza, della miseranda vita della maggior parte delle persone. Persino del livello tecnologico raggiunto. E’ quasi un pretesto per rimettere al centro la comprensione della natura del potere e di come veniva e viene esercitato».

Intervista pubblicata sulla Nuova Sardegna del 25 maggio 2020

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