Hanno sparato a Togliatti! Cosa accadde in Italia il 14-15 luglio 1948 (e perché il Pci non volle l’insurrezione)

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di Vindice Lecis

Alle 11,30 del 14 luglio 1948, Palmiro Togliatti accompagnato da Nilde Jotti esce da una porta laterale della Camera per una passeggiata, disattendendo le regole della vigilanza e all’insaputa della sua guardia del corpo, Armandino. In via della Missione lo attende lo studente siciliano Antonio Pallante che gli esplode contro quattro colpi di pistola: uno lo colpisce alla nuca mentre  un altro gli trapassa un polmone. L’attentatore è un giovane fanatico di estrema destra, la cui mano è stata armata dalla forsennata campagna anticomunista – segnatamente contro la persona di Togliatti (celebre l’affermazione del giornalista socialdemocratico Andreoni che invitava a inchiodare al muro “non solo metaforicamente” il segretario comunista) scatenata all’indomani della vittoria della Dc alle elezioni del 18 aprile. Condannato a venti anni di prigione, Pallante ebbe la pena ridotta a tredici anni, in parte successivamente condonati. Ma la convinzione che non avesse avuto complici e mandanti appare ancora oggi scarsamente credibile.

Togliatti resta vigile anche quando un’autolettiga lo trasporta in ospedale. Ed è vero il suo invito ai compagni subito accorsi a “non perdere la testa”. L’Italia balla sull’orlo della guerra civile per alcuni giorni. Giorgio Bocca scrisse che “l’Italia operaia e comunista si muove senza attendere le direttive del partito. Ed è uno sciopero mai visto nella storia italiana, uno sciopero che sospende l’autorità dello Stato nelle maggiori città italiane, aprendo un interregno in cui tutto può accadere”. I due vicesegretari Luigi Longo e Pietro Secchia chiamano il partito comunista alla mobilitazione mantenendone saldamente le redini e cercando di conservare calma e lucidità.

Giorni di fuoco e di violenza. Quindici sono le vittime, dieci   manifestanti e cinque appartenenti alle forze dell’ordine. I feriti si contano a centinaia. La Cgil proclama lo sciopero generale per due giornate, ma la repressione è spietata. Nei giorni e nelle settimane successive all’attentato e ai disordini, il ministro dell’interno Scelba usa la mano pesante: più di 92 mila lavoratori, di cui 73 mila comunisti sono gettati in carcere. Oltre 19 mila condannati. Dall’estate del 1948 alla prima metà del 1950 ben 62 lavoratori, dei quali 48 comunisti, sono uccisi dalla forza pubblica oppure da squadre di agrari o di fascisti; i feriti sono 3126, dei quali 2367 comunisti.

La cronaca convulsa delle giornate dal 14 al 16 racconta di centinaia di manifestazioni, occupazioni di fabbriche, blocchi stradali, scontri di piazza, violente repressioni. Riporto solo alcuni episodi:

il 14 a Genova centomila lavoratori si concentrano in piazza de Ferrari mentre tutte le fabbriche si fermano. Sono erette barricate difese persino da mitragliatrici mentre la Camera del lavoro controlla la città. Viene attaccata la caserma dei carabinieri di Ponte Spinola, devastata la sede Msi, cinque blindati sono bloccati e i manifestanti salgono sulle torrette. Polizia e carabinieri sparano sui manifestanti uccidendo Biagio Stefano, Mariano d’Amori e Angiolina Alice Roba e ferendone 43.

Una battaglia si accende a Livorno dove i poliziotti sono disarmati. Negli scontri di piazza muoiono un manifestante e un poliziotto. A Taranto viene ucciso l’operaio Angelo Gavartara durante lo sciopero dei cantieri navali. Morirà qualche giorno dopo anche un agente di polizia ferito. In piazza Dante a Napoli la polizia carica senza preavviso e uccide lo studente Giovanni Quinto e l’operaio Angelo Fischietti. A Bologna la Celere apre il fuoco: muore un operaio e undici sono i feriti gravi.

A Marghera i manifestanti disarmano polizia e carabinieri ma in uno scontro a fuoco viene ucciso l’operaio comunista Cesare Pietro. La polizia spara a Gravina di Puglia contro gli operai che hanno occupato il pastificio Divella e feriscono a morte a colpi di moschetto il bracciante comunista Michele D’Elia. Manifestazioni si sviluppano ovunque, dal Piemonte alla Sardegna, dalla Sicilia alla Lombardia. A Ferrara la polizia spara con la mitragliatrice contro le barricate di Corso Martiri. Ad Abbadia San Salvatore, i minatori interrompono le comunicazioni telefoniche tra Nord e Sud. Un poliziotto e un carabiniere restano sul terreno senza vita.

Il 16 la protesta rifluisce mentre si contano i morti e i feriti. Togliatti migliora dopo l’intervento chirurgico. Si rompe l’unità sindacale, la componente democristiana della Cgil lascia il sindacato per fondare la Lcgil che diventerà Cisl. Dopo la cacciata delle sinistre dal governo nel 1947 e la vittoria del 18 aprile, comincia nel Paese la lunga stagione del centrismo figlia della Guerra Fredda. L’Italia aderisce al Patto Atlantico.

Dal Promemoria autobiografico di Pietro Secchia, allora vice segretario nazionale del Pci e responsabile dell’Organizzazione del Partito.

Proponemmo che la risposta dovesse essere molto forte, ampia, unitaria, in tutto il Paese; ma doveva trattarsi, seppure forte, di una manifestazione generale di protesta contro il governo, la più ampia possibile, tale da mobilitare tutto lo schieramento democratico in modo da esercitare un peso sull’opinione pubblica, sul governo e sul partito dominante e responsabile, la Dc. Tutti i compagni si trovarono d’accordo su questa impostazione e sul carattere da dare allo sciopero generale. Nessuno propose moti insurrezionali o cose del genere…

Prevedendo che avrebbero potuto crearsi delle situazioni difficili e delicate in alcuni grandi centri del Paese, disponemmo perché i membri della direzione del partito partissero subito e si portassero nelle loro rispettive sedi dei capoluoghi di regione. Il compagno Spano fu inviato per aereo a Genova, altri con mezzi straordinari, come Negarville per Torino, Colombi per Bologna, Pellegrini per Venezia.

Ripetutamente i giornali scritti, ispirati, o pagati dall’on. Scelba o dai servizi del ministero dell’interno, hanno presentato Scelba come il salvatore d’Italia, asserendo che col suo sangue freddo egli fece fallire l’insurrezione scatenata dai comunisti. Si tratta di una ridicola e provocatoria smargiassata. L’on. Scelba non ha impedito un bel nulla perché nessuno ha mai pensato in questi giorni a scatenare un moto insurrezionale. Nulla di ciò che i lavoratori, le loro organizzazioni e il loro partito vollero fare, Scelba riuscì a impedire.

L’on. Scelba fu semplicemente impotente a di fronte allo scoppio spontaneo dello sciopero generale che qualche ora dopo l’attentato divampò in tutta Italia compatto e imponente. Anzi l’on. Scelba non riuscì nemmeno a impedire (forse non ci pensò) che il giornale radio delle ore 13 trasmettesse la notizia dell’attentato… L’on. Scelba impartì immediatamente – comunicato Ansa del pomeriggio 14 luglio – disposizioni a tutti i prefetti perché impedissero qualsiasi dimostrazione pubblica. Non ci fu un solo prefetto che riuscì o pensò sul serio a fare applicare una tale disposizione.

L’on. Scelba riferì poi in Senato che nella notte tra il 14 e il 15 luglio egli diede disposizioni alle autorità di Torino affinché attaccassero con le armi la Fiat Mirafiori (che era stata occupata dagli operai)… dispose perché le autoblinde della polizia, a scopo intimidatorio, si portassero su di una piazza di Genova dove centomila lavoratori stavano pacificamente ascoltando un comizio. L’arrivo delle autoblinde era una evidente, insensata provocazione; in pochi minuti furono sommerse dalla folla e immobilizzate prima che potessero fare uso delle armi.

Lo sciopero fu impressionante per la sua imponenza e il suo slancio. Ritengo che nella storia del movimento operaio italiano non ci sia mai stato uno sciopero generale così spontaneo, immediato, compatto e grandioso come quello del 14-16 luglio 1948; ma malgrado la sua imponenza esso aveva sin dall’inizio degli scopi e dei limiti ben precisi”.

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