Il Cile, il compromesso storico e quell’incidente di Berlinguer

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di Vindice Lecis

Il 3 ottobre 1973 Enrico Berlinguer è a Sofia per un incontro col segretario del Partito comunista bulgaro, Teodor Zivkov. Il vertice è burrascosso e conferma la distanza che separa sempre più il Partito comunista italiano dai partiti fratelli del socialismo reale. Quel giorno accade un fatto grave che sarà rivelato soltanto nell’ottobre del 1991, diciotto anni più tardi, dal dirigente comunista Emanuele Macaluso. Un corteo di auto accompagna Berlinguer, al termine dell’incontro, all’aeroporto di Sofia scortato dalla polizia. Nei pressi di un cavalcavia, la sua auto viene centrata da un camion militare – guidato da un sottufficiale dei servizi speciali dell’esercito – carico di legname e pietre. L’auto viene distrutta e si accartoccia contro un palo. L’interprete muore e il segretario del Pci resta seriamente ferito. Rientrerà a Roma il giorno dopo con un aereo della presidenza della Repubblica italiana.

Ed è proprio durante la lunga convalescenza che Enrico Berlinguer, nella sua casa di via Tiziano, scriverà l’ultimo dei tre articoli per la rivista Rinascita (il primo era stato pubblicato il 28 settembre). Quello appunto dove vienne proposto “il nuovo, grande compromesso storico tra le forze che raccolgono e rappresentano la grande maggioranza del popolo italiano”.

I tre articoli ebbero un eco enorme. E avviarono un confronto nel Pci – con divisioni anche laceranti ma non significative – e nella società italiana che durò anni. Si trattava di riflessioni nate dopo il colpo di stato di Pinochet e l’assassinio del presidente legittimo del Cile, Salvador Allende. E riguardavano non solo la considerazione sulla fragilità delle democrazie e dell’ingerenza imperialistica Usa ma anche la strategia di cambiamento legata all’esperienza di Unidad Popular.

Il compromesso storico – ha scritto lo storico Francesco Barbagallo nella sua biografia del leader comunista (Carocci, 2006) – nasce da lontano, come prodotto “di una elaborazione che veniva dal partito nuovo togliattiano e non si era mai interrotta, coinvolgendo le diverse sensibilità pur presenti nel gruppo dirigente comunista nella definizione di una strategia politica che ora giungeva alla identificazione della Dc quale elemento essenziale della componente politica di orientamnto cattolico”. Quindi non si trattava di una improvvisa invenzione di Berlinguer.

Erano quelli i giorni della tragedia cilena, della guerra del Kippur, dell’aumento dei prezzi del petrolio, del colera a Napoli. Il governo Andreotti-Malagodi, neocentrista, era caduto. I comunisti cercavano una strada per far pesare il consenso elettorale in crescita, al livello delle scelte e delle responsabilità di governo. Perché Berlinguer aveva scelto una definizione così provocatoria? Lui stesso se ne compiacque davanti agli operai di Ravenna spiegando che, volutamente, non aveva usato il termine di blocco storico, di ascendenza gramsciana. Insomma, intendeva suscitare un ampio confronto e anche allarme per una svolta reazionaria.

Il Cile e la sua tragica esperienza avevano infatti pesato. I tre articoli pubblicati sui numeri 38, 39 e 40 del settimanale Rinascita ebbero dunque vasta eco. Il primo si intitolava Imperialismo e coesistenza alla luce dei fatti cileni. Il secondo Via democratica e violenza reazionaria. Il terzo Alleanze sociali e schieramenti politici. Nel primo si affermava che la vicenda cilena impone anche una “riflessione sulla strategia e tattica del movimento operaio e democratico in vari paesi, compreso il nostro”. Per Berlinguer limitare l’aggressività dell’imperialismo nord americamo significa modificare progressivamente i rapporti di forza a favore della liberazione dei popoli. Seguendo la strada tracciata dalla rivoluzione russa del 1917, dalla vittoria sul nazismo, dalla rivoluzione cinese, dal crollo del vecchio sistema coloniale inglese e francese. Un “processo storico mondiale” che ha ristretto “l’area sottoposta al controllo dell’imperialismo”.

Berlinguer invitava, “come ci ha abituato a fare Togliatti”, a valutare “freddamente le condizioni complessive dei rapporti mondiali e il contesto mondiale in cui è collocata l’Italia”. Oltre a “individuare esattamente lo stato dei rapporti di forza all’interno del nostro Paese”. Serve una via democratica anche se contro questa si scatena la violenza reazionaria. Questo è il contenuto del secondo articolo. Berlinguer spiega che “l’avanzata dell’Italia verso il socialismo nella democrazia e nella pace”, indicazione di Togliatti, ha origine nell’elaborazione e nell’azione di Antonio Gramsci sin dal congresso di Lione del 1926 che sancì”la vittoria contro l’estremismo e il settarismo che avevano caratterizzato l’azione del partito nel primissimo periodo della sua esistenza e che Lenin aveva aspramente criticato e invitato energicamente a superare”.

Berlinguer parte da lontano per dire due cose: la prima è che nel dopoguerra bisognava seguire una via democratica e parlamentare per evitare di finire come in Grecia dove il movimento operaio e i comunisti “andò incontro all’avventura, subì una tragica sconfitta e venne ricacciato indietro”. La seconda è che i comunisti fecero i conti con tutta la storia italiana e dunque con tutte quelle forze di varia ispirazione che si batterono col Pci per la democrazia.

Nel dopoguerra, ma anche in quel 1973, Berlinguer era convinto che servisse l’estensione del tessuto unitario “di raccogliere attorno a un programma di lotta per il risanamento e il rinnovamento democratico dell’intera società e dello stato la grande maggioranza del popolo e di far corrispondere a questo programma e a questa maggioranza uno schieramento di forze politiche capace di realizzarlo”. Questa è l’unica strada per “isolare e sconfiggere i gruppi conservatori e reazionari”, Alla violenza reazionaria – riecheggia sempre il dramma cileno – si risponde, dice Berlinguer citando Luigi Longo “spingendo a fondo l’organizzazione, la mobilitazione, la combattività del popolo, consolidando ed estendendo ogni giorno le alleanze di combattimento della classe operaia con le masse popolari, realizzando in questo modo, nella lotta, la sua funzione di classe dirigente”.

Ma la via democratica non è “né rettilinea né indolore” affermava Berlinguer aprendo il terzo – e decisivo – articolo, non a caso intitolato Alleanze sociali e schieramenti politici. Un intervento impegnativo che partiva dal Lenin che teorizzava come non si potesse vincere “senza aver appreso la scienza dell’offensiva e la scienza della ritirata”. Proseguiva indicando il caposaldo della via democratica al socialismo delineata come “trasformazione progressiva…dell’intera struttura economica e sociale, dei valori e delle idee guida della nazione, del sistema al potere e del blocco di forze sociali in cui esso si esprime”. Dunque con la forza dell’organizzazione e con il consenso “della grande maggioranza del popolo”.

Il problema delle alleanze è “il problema decisivo di ogni rivoluzione” e, dunque, anche quello della via democrativca. Bisogna legare il proletariato e le masse operaie, spiegava Berlinguer, a quelle forze sociali che non sono assimilabili come tali ma che hanno “una condizione nella società che le accomuna e in una certa misura le unisce” (e citava le masse del Mezzogiorno e delle isole, quelle femminili e giovanili, ma anche le forze della scienza, dell’arte, della tecnica, della cultura).

Le riforme camminano solo se sono sorrette da una “politica delle alleanze”. Anzitutto nella società, tra gli strati profondi. Per conquistare la maggoranza del popolo insisteva Berlinguer. “Ecco perché noi parliamo non di una alternativa di sinistra ma di una alternativa democratica, e cioè della prospettiva politica di una collaborazione e di un’intesa delle forze popolari di ispirazione comunista e socialista con le forze popolari di ispirazione cattolica oltre che con altre formazioni di orientamento democratico”.

La Dc raccoglieva allora larghe masse di lavoratori di orientamento cattolico e non doveva essere liquidata, ammoniva Berlinger come una “categoria astorica, quasi metafisica” sempre schierata “per sua natura con la reazione”. Certo Berlinguer non nega, anzi conferma, i legami tra la Dc e i gruppi dominanti della borghesia ma sprona a capire quella realtà “varia e mutevole” che può essere sconfitta e cambiata.

Ecco la radice del “nuovo grande compromesso storico”, figlio di una fase storica della vita repubblicana.

Ps: contro il compromesso storico si scatenarono in tanti: la destra Dc anzitutto, ostile a ogni intesa con i comunisti. I socialisti che con Craxi si erano geneticamente trasformati e temevano un mortale abbraccio e la loro ininfluenza. Il terrorismo delle Brigate Rosse e dell’eversione cosiddetta rossa. Gli americani e i circoli atlantici, anzitutto. Oltre che i socvietici, da sempre diffidenti. Otto anni dopo Berlinguer lanciava la proposta di un’alternativa democratica. Ma quella è un’altra vicenda, tra disastri naturali, corruzione e P2.

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