Codici cifrati, struttura militare e lavoro illegale: così il Pci tentò di difendersi dal fascismo

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di Vindice Lecis

Il 14 febbraio 1924 la polizia irrompe nella sede della federazione comunista di Genova. Tra le carte sequestrate c’è un documento  con il nome di Luigi Polano, membro dell’apparato centrale del Pci,  partito ormai costretto dalle persecuzioni ad una sorta di semi clandestinità. Accanto al suo nome viene trovata la seguente annotazione: Scrivetegli a mezzo nostro fiduciario. Egli dispone indirizzo di Guido. Cifrario internazionale. Chiavi: 1° “Ma nobilmente le salvò la vita”. 2° “Si domanda se debba ringraziarlo”.

La vasta e feroce ondata repressiva del governo fascista, ha imposto al giovane Partito comunista, sezione dell’Internazionale, una rigorosa politica di vigilanza necessaria alla sua autodifesa.  Con l’utilizzo di strumenti – come il codice cifrato – tipici dei partiti rivoluzionari per comunicare con gli iscritti e i militanti. E’ questa una storia curiosa che va raccontata.

Per comprendere ciò che accade, occorre ricordare che, dall’ottobre del 1922, il partito fascista ha assunto il potere con la cosiddetta “marcia su Roma” e le squadracce fasciste imperversano, spesso protette dagli organi ufficiali di polizia e dei carabinieri. La reazione dei comunisti è coraggiosa ma impari. Muoiono per mano dei sicari fascisti ad esempio Spartaco Lavagnini a Firenze, Ferruccio Ghinaglia a Pavia, Carlo Berruti a Torino. Il fascismo sceglie più avanti la via legalitaria e inquadra iscritti e squadracce nella nuova Milizia volontaria sicurezza nazionale. Si moltiplicano  però gli arresti, le denunce e le chiusure dei giornali: incendiata a Roma la sede de Il comunista, occupata dalla forza pubblica a Torino la redazione de L’Ordine Nuovo, sospeso più volte Il lavoratore a Trieste.

Per imbastire la nuova ondata repressiva il governo prende a pretesto un manifesto dell’Internazionale comunista e dell’internazionale sindacale contro il fascismo.

Il 3 febbraio 1923 pertanto, il direttore generale della Pubblica Sicurezza dirama due telegrammi per far  “eseguire perquisizioni e arrestare coloro che avessero copie del manifesto di Mosca”. Tre giorni dopo vengono diramati i nomi delle persone da incarcerare. Si tratta della prima grande ondata d’arresti tendente a scompaginare il neonato partito con un’azione repressiva su vasta scala.

Nel volume Il processo ai comunisti italiani. 1923 stampato a Roma l’anno seguente a cura del comitato esecutivo del Pci e ristampato da Feltrinelli reprint, sono riportate le notizie degli arresti, del processo e della sentenza finale. Denunciati o incarcerati sono duemila dirigenti e militanti (fonte governo) ma assai di più secondo il Pci. A Roma sono arrestati Bordiga,  Dozza e D’Onofrio. In 297 sono presi ad Ascoli, 27 a Torino, 1 a Cuneo, 7 a Novara, 40 a Milano, 17 a Pavia, 4 a Como, 9 a Bergamo, 20 a Venezia, 6 a Udine, 2 a Belluno,  2 a Padova, 26 a Bologna, 9 a Modena, 42 a Parma, 16 a Reggio Emilia, 5 a Ferrara, 41 a Forlì, 2 a Trento, 8 a Siena, 21 a Perugia, 12 ad Ancona, 2 a Roma, 49 a Teramo, 23 a L’Aquila, 54 a Chieti, 15 a Napoli, 25 a Salerno, 3 a Caserta, 23 a Foggia, 16 a Lecce, 2 a Cosenza, 4 a Reggio Calabria, 1 a Messina e Catania, 12 a Palermo e 15 dirigenti centrali. Altri arresti avvengono a Vicenza, Genova, Firenze.

Il Pci ben prima questa ondata di arresti ha però affiancato a quello legale, sempre più difficile, il lavoro illegale, vale a dire l’utilizzo di misure precauzionali difensive. Anche il linguaggio diventa cauto. Ad esempio per designare i segretari fedeli  si usa il termine fiduciario , e gli uffici diventano cubicoli. Inoltre i quadri utilizzano pseudonimi. Ed esistono codici cifrati. Ma non si tratta solo di questo.

Il Pci ha una sorta di struttura militare come forma di autodifesa dalle squadre fasciste. Un inquadramento di tipo militare anche per preparare lo sbocco rivoluzionario. In una riservatissima del 10 ferraio 1921, vengono diramate istruzioni pratiche dal comitato esecutivo centrale ai comitati locali. Tra queste istruzione, interessante quella dedicata alle guardie rosse che devono essere “scelte tra i più giovani, audaci e battaglieri”.  Queste  “nomineranno i capi e formeranno così le guardie di difesa sequestrando i dirigenti che saranno tenuti in ostaggio per impedire alla borghesia le rappresaglie”. I gruppi di “ciclisti rossi faranno servizio di porta ordine da uno stabilimento all’altro”.

Le istruzioni pratiche di cui parliamo sono legate alla possibilità dello sbocco insurrezionale basato sulle fabbriche. Ma sin dal marzo del 1921 la grande emergenza è data dalla violenza fascista. Il Pci non resta certo con le mani in mano di fronte al dilagare degli attacchi. In una nota riservatissima alle strutture locali il C.E. centrale raccomanda che “se le gesta brigantesche dei fascisti dovessero accadere in danno alle vostre Istituzioni il vostro atteggiamento di difesa si dovrà tramutare in offesa contro loro”. Si spiega che in caso di attacchi alle Camere del lavoro, alla sede del giornale, dei circoli, le squadre incaricate respingeranno con le armi ogni tentativo di invasione o di danneggiamento alle nostre proprietà”.

Il contrattacco dovrà colpire “giornali borghesi, le sedi del Fascio, dell’associazione nazionalista, della Liberale Monarchica”. La circolare si conclude in modo netto: “Fin d’ora rimane inteso che si dovrà rispondere con la massima violenza, senza riguardi o rispetto alcuno. A chi attenta noi; alle nostre persone e alle nostre Istituzioni nessuna attenuante: la legge del taglione”.

Nella relazione al II congresso (Roma 22-24 marzo 1922) il punto 11 è dedicato al lavoro illegale e all’inquadramento . Vale la pena riportarne uno stralcio: “Il lavoro illegale del partito comunista ha un doppio aspetto e un doppio scopo. Anzitutto si deve preparare una tale attrezzatura che metta l’organizzazione del partito… al sicuro dai colpi avversari, siano essi altri partiti politici ed organizzazioni di lotta civile, o le autorità dello Stato con la loro opera di sabotaggio che certo non si arresta innanzi all’arbitrio contro le stesse disposizioni di legge. Un secondo aspetto del lavoro illegale e poi quello che tende ad organizzare le forze dell’azione rivoluzionaria per renderle idonee ad assolvere il compito specifico per cui vengono create”.

In quella relazione vengono evidenziate alcune cattive inclinazioni dei militanti “abituati troppo spesso alle manifestazioni esteriori… e poco atti a serbare un contegno riservato e prudente nel lavoro politico”. Si indicano pertanto nuove norme di comportamento. Anzitutto serve che ogni iscritto “limiti strettamente la sua azione a quanto gli compete e non si creda in diritto di essere informato di cose che stanno al di fuori della sfera di azione di cui è direttamente responsabile… Dinanzi a questa disciplina deve sparire ogni forma di fiducia e confidenza personale tra compagni al di fuori della rete stabilita dal partito per azioni riservate”.

La struttura illegale è affidata a Bruno Fortichiari (Loris) e si articola in fiduciari provinciali da cui si diramano quelli locali. Le sezioni sono suddivisi in gruppi di dieci iscritti. “… Le armi sono poche e vecchie – ha scritto Paolo Spriano nella sua Storia del Pci ( vol. I, pagina 172, Torino 1967) -. Lo svolgimento stesso della guerra civile nel 1921-22 indica quale sproporzione esista sul terreno degli scontri armati tra i comunisti e i fascisti. Ciò però non significa che non si faccia nulla o tutto rimanga sulla carta. Soprattutto a parte dall’inverno 1921-22 l’organizzazione militare comunista acquista una certa consistenza in alcune città (Torino, Milano, Roma, Novara, Genova, Trieste, ecc.)”.

Da un documento riservato pubblicato da Spriano (cit.) con le istruzione del comando provinciale delle squadre comuniste torinesi si evidenzia il funzionamento dell’organizzazione: “le forze sono ripartite in compagnie, ciascuna da 50 a 100 uomini. Ogni compagnia si compone da 5 a 10 squadre di 10 uomini ciascuna. Vi sono anche squadre ausiliarie composte di donne”. I compiti sono però in gran parte difensivi. Tuttavia le testimonianze citate da Spriano evidenziano anche una spiccata capacità offensiva come accade in alcune occasioni a Torino e Roma.

Molti dei quadri formatisi in queste squadre e in tali battaglie “senza tregua” contro il fascismo, parteciperanno con diversi ruoli dapprima nella guerra di Spagna e poi nella lotta di Liberazione. A  Torino le squadre erano comandate da Luigi. Longo, a Trieste da Vittorio Vidali e Mario Bercè. Tempi, per dirla con Gramsci, “di ferro e di fuoco”.

Ma torniamo ai messaggi cifrati e al processore contro il Pci del 1923 di cui abbiamo parlato all’inzio. Il partito vive una condizione di semi legalità e la retata punta a disarticolarlo definitivamente. Le accuse sono pesanti e vanno dall’associazione a delinquere e cospirazione per rovesciare i poteri dello stato a incitamento all’odio. Tra gli imputati ricordiamo Gramsci, Bordiga, Terracini, Fortichiari, D’Onofrio, Grieco, Berti, Dozza, Germanetto, Azzario, Gnudi . In totale sono 31, altri 97 vengono prosciolti.

Qualche mese dopo ancora un’ondata di arresti decapita il giovane partito. A Milano “cadono” Togliatti, Leonetti, Vota, Tasca, Montagnana, Gennari, Noce, Piccolato.

Il processone che si apre in ottobre manderà assolti tutti gli imputati riconoscendo al Pci, in quella fase di leggi ancora “liberali” il diritto di esistere e di fare politica.

E’ proprio in quel processo che riemerge la questione dei messaggi cifrati. Bordiga, allora segretario, durante una delle udienze, ne illustra il funzionamento: “Il sistema che noi riconosciamo di aver adoperato quasi sempre consiste in una certa regola … seguendo la quale occorre prendere le lettere che costituiscono la missiva e disporle in un certo ordine determinato. Chi fa questa operazione si serve di una serie di lettere o di una serie di numeri che costituiscono la cosiddetta chiave. Quegli che riceve il testo cifrato applicando il meccanismo all’inverso, ricostruisce il testo precedente”. Bordiga si lancia in una ironica e non pienamente chiara spiegazione aggiungendo che le lettere cifrate non servono per coprire “azioni criminali” ma per “impedire che cadano in mani altrui”.

Il cifrario cambia ogni mese ma il commendator Ellero, esperto chiamato  in sede di processo, racconta di non aver avuto difficoltà a trovare la chiave. E Bordiga gli replica che di ciascuna lettera si potevano dare due interpretazioni differenti.

Anche il teste Mariani, un ispettore di P.S.  parla dei cifrari. Dice che la chiave di una circolare sequestrata a Pavia “era costituita dal numero che era stato attribuito a lui più il numero del giorno in cui era stata iscritta la lettera. Per esempio per quel manoscritto in cifre la chiave era costituita da 6 più 1: sei era il numero di pertinenza del Viazzoli e 1 il giorno in cui era scritta la lettera”.

Ma intanto il fascismo si rafforzava e sarebbe diventato – a colpi di arresti, persecuzioni e omicidi – sempre più forte. Sino a trasformarsi da lì a poco in un “regime reazionario di massa”.  Anche quasi un secolo fa però, ci fu qualcuno che si oppose e pagò di persona.

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