Il dopo virus: ma perché tornare ad essere quelli di prima? Il valore dell’austerità che teorizzò Berlinguer

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di Vindice Lecis

Nelle retorica della “ripartenza” , vincente è la tendenza al parossismo di “fare come prima”. A non concepire la situazione terribile che ha falciato decine di migliaia di vite umane – mettendoci di fronte all’insostenibilità dei sistemi economici e di vita delle aree più sviluppate –  come un’occasione per voltare pagina.

L’epidemia, il contagio, il cambio di abitudini inveterate, lo sfascio dei sistemi sanitari nazionali ci hanno mostrato il volto feroce del capitalismo nella sua fase acuta liberista,  di torsione finanziaria,  che ci ha condotti sull’abisso di uno spreco enorme di risorse naturali. Di un capitalismo che si basa sempre più per sopravvivere a sé stesso non solo sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e dei paesi ricchi verso quelli poveri, ma ha anche trasformato l’idea stessa del lavoro riportando le lancette della storia a più di un secolo prima: diritto a licenziare e precariato come base della vita, attacco al ruolo dello Stato e dell’intervento pubblico in economia.

Proprio in questa fase è interessante ritornare a ragionare attorno ai termini di austerità e a quelle dimenticate intuizioni di Enrico Berlinguer che, ormai 43 anni fa, fecero inorridire i cantori delle magnifiche sorti e progressive del capitalismo sviluppista e sprecone.

Che cosa disse Berlinguer nel gennaio del 1977, in due differenti discorsi agli intellettuali (a Roma) e agli operai (a Milano) di tanto scandaloso da far dire agli irridenti benpensanti fautori della Milano da bere che il segretario comunista voleva trasformare l’Italia in un convento francescano?

Diceva che l’austerità “è un imperativo a cui oggi non si può sfuggire”. Che significava e che valore hanno oggi quelle parole? Anche allora l’Italia si trovava davanti a un dilemma drammatico: “o ci si lascia vivere portati dal corso delle cose così come stanno andando… oppure si guarda in faccia la realtà per non rassegnarsi ad essa, e si cerca di trasformare una traversia così densa di pericoli e di minacce in un’occasione di cambiamento, in un’iniziativa che possa dar luogo a un balzo di civiltà”.

Un balzo di civiltà voleva dire nel 1977 altro rispetto ad oggi ma alcuni temi sono rimasti gli stessi mentre Berlinguer più di altri vedeva la necessità di definire “un progetto di rinnovamento della società italiana da avviare nel corso stesso di una politica di austerità, o meglio, facendo di questa un’occasione, una leva per trasformare la nostra società”.

Se pensiamo al concetto di austerità per come si è imposto di questi tempi dobbiamo fare uno sforzo per capirne il significato profondo, originario. Oggi infatti l’austerità è la politica della disciplina di bilancio, dei tagli indiscriminati, dell’interesse pubblico calpestato, dei diritti dei ceti subalterni conculcati.

Eppure era ben presente  in Berlinguer una di quelle intuizioni che spesso lo guidavano su una strada complicata all’inseguimento di pensieri lunghi. “L’austerità – ammetteva – per definizione comporta restrizioni di certe disponibilità a cui ci si è abituati, rinunce a certi vantaggi acquisiti: ma noi siamo convinti che non è detto affatto che la sostituzione di certe abitudini attuali con altre, più rigorose e non sperperatrici, conduca a un peggioramento della qualità e della umanità della vita”. E aggiungeva: “Una società più austera può essere una società più giusta, meno diseguale, realmente più libera, più democratica, più umana”.

Posizioni che crearono interesse ma anche forti opposizioni e contrasti anche a sinistra. Ma Berlinguer rispondeva con testarda convinzione: la politica di austerità, spiegava, può essere fatta propria dal movimento operaio “proprio in quanto essa può recidere alla base la possibilità di continuare a fondare lo sviluppo economico italiano su quel dissennato gonfiamento del solo consumo privato, che è fonte di parassitismi e di privilegi, e può invece condurre verso un assetto economico e sociale ispirato e guidato dai principi della massima produttività generale, della razionalità, del rigore, della giustizia, del godimento di beni autentici, quali sono la cultura, l’istruzione, la salute, un libero e sano rapporto con la natura”.

Diceva questo Berlinguer, allora a capo del più forte partito comunista dell’OccidenteMa capiva bene che all’opposto di quella politica si collocavano i ceti dominanti che “in sostanza pretendono di mantenere il consumismo, che ha caratterizzato lo sviluppo economico italiano negli ultimi venti-venticinque anni e, insieme di abbassare i salari”.  Dunque “la politica di austerità deve essere diretta precisamente contro questa politica restauratrice e reazionaria, e cioè sia contro l’insania consumistica sia contro il tentativo di far sì che l’uscita dalla crisi sia pagata solo dalla classe operaia e dai lavoratori”.

Era forte la preoccupazione allora – ma la situazione di oggi è decisamente peggiorata: risorse naturali saccheggiate, ambiente devastato, cambiamento climatico, diritti in picchiata, lavoro declassato a merce – ma  già Berlinguer indicava il nesso austerità-cambiamento come epicentro “dello scontro di classe” elevandolo anche a conflitto “tra due concezioni di civiltà”.

Berlinguer rispondeva  a chi ironizzava (ghigni simili ai teorici odierni dell’aprire-aprite tutto- muoversi-ripartire) su un presunto ascetismo o moralismo con le parole di un ex primo ministro vietnamita, Phan Van Dong: “Il socialismo non significa ascetismo. Sostenere una simile argomentazione sarebbe ridicolo, reazionario. L’uomo è fatto per essere felice: solo che non è necessario, per essere felici, avere un’automobile… Oltre un certo limite materiale le cose materiali non contano poi gran che: e allora la vita si concentra nei suoi aspetti culturali e morali”.

Possiamo riparlarne e con urgenza perché la situazione odierna è ben peggiore di quella dell’inverno 1977.

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